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lunedì 31 dicembre 2007

DISSOCIAZIONE, IL PM MAURIZIO LAUDI: GLI EX TERRORISTI NON MERITANO PREMI


A distanza di trent’anni dagli anni più bui del terrorismo, e a venti dalla legge sulla dissociazione, passata l’emergenza e mutato il contesto storico, il procuratore aggiunto di Torino Maurizio Laudi – che insieme a Giancarlo Caselli guidò le principali inchieste sul terrorismo a Torino e raccolse le confessioni di Patrizio Peci e Roberto Sandalo – parla delle ragioni che spinsero molti a fare un passo indietro rispetto a chi, ancora in libertà, continuava a sparare e uccidere. E del ruolo che oggi ex terroristi e vittime giocano in politica e nei media.

Qual è il bilancio etico e politico della dissociazione?
E’ più semplice fare un bilancio sul piano giudiziario, e qui non c’è dubbio che la dissociazione, accompagnata dalla collaborazione attiva con gli organi inquirenti e di polizia, ha rappresentato una delle chiavi di volta principali per individuare le responsabilità e catturare i colpevoli. Dal punto di vista etico il discorso è più complesso: le motivazioni che hanno condotto decine e decine di imputati a scegliere la strada della dissociazione, e della collaborazione, non sono riconducibili a un fattore unico, le ragioni sono state diverse. Se vogliamo trovare un elemento comune nella scelta della dissociazione, più che un discorso etico è stato un discorso di carattere politico. La premessa della scelta è stata la constatazione che la strategia della lotta armata aveva fallito, non aveva portato a nessuno dei risultati che le bande terroristiche si prefiggevano. Nessun impulso rivoluzionario tra i lavoratori e i cittadini ai quali si rivolgevano dicendo di essere una loro avanguardia. L’unico bilancio è stato quello dei morti ammazzati, dei feriti, dei gambizzati, dei rapinati. Un bilancio, per dirla concretamente, soltanto di delitti e non di risultati o obbiettivi politici conseguiti. Il senso più rilevante della dissociazione, proprio sul terreno politico, è stato il riconoscimento della sconfitta di coloro che vi avevano militato. Dal punto di vista della scelta morale direi che in alcuni soggetti c’è stato un reale pentimento per le uccisioni e i ferimenti; non mi sentirei di generalizzare questo giudizio etico perché non mi sembra che sia stato un atteggiamento universale. In alcuni c’è stato un reale pentimento. La dissociazione dei capi è stata prevalentemente una dissociazione politica, che raramente si è accompagnata a un reale pentimento morale. In persone che avevano avuto posizioni di minore spicco, la dissociazione si è accompagnata invece in alcuni casi anche a un pentimento morale.
A differenza del pentitismo, la dissociazione non comportava la collaborazione e, fino alla legge 34 del 1987, la revisione delle proprie scelte e l’ammissione delle attività effettivamente svolte non comportava una remunerazione processuale, e addirittura poteva aggravare le singole posizioni processuali. Ritiene che ciò avvalorò l’autenticità del percorso di dissociazione?
Dobbiamo intenderci. Se per dissociazione intendiamo specificamente quello che ha voluto dire la legge dell’87, cioè la presa di distanza dalla propria militanza, accompagnata da una ammissione delle proprie responsabilità, ma senza il coinvolgimento delle responsabilità di terzi, il fenomeno della dissociazione strettamente inteso, ha riguardato per lo più persone la cui posizione giudiziaria era già stata evidenziata, molte delle quali erano già state condannate, alcune in via definitiva, altre in primo o secondo grado. Erano persone le cui responsabilità nella sostanza, anche se non in modo completo, erano già emerse giudiziariamente grazie soprattutto alla dissociazione attiva, ovvero alla collaborazione vera e propria che una serie di imputati aveva intrapreso dal 1980. Sul terreno più strettamente giudiziario non è che le dichiarazioni di dissociazione raccolte dai giudici abbiano comportato significative modificazioni delle posizioni processuali degli imputati. Altri hanno avuto delle code di processi, ma grazie al meccanismo giudiziario della “continuazione” non è che vi siano state significative variazioni, non vi sono stati aumenti significativi di pena. Sul terreno strettamente giudiziario, la dissociazione in senso specifico non ha avuto una grande importanza nell’accertamento dei fatti. Certo è stata una conferma di quello che già si sapeva. E stato utile nel senso del distacco di questi soggetti dall’area della lotta armata, ma non ha inciso in maniera significativa sulla loro posizione giuridica.
E complessivamente quale ne è stato il peso nella lotta al terrorismo?
Il fenomeno della dissociazione si è manifestato in una arco di tempo, dal1984 all’87-88, nel quale la crisi della lotta armata aveva assunto dimensioni profondissime, e anzi, la scelta di dissociazione è stata una conseguenza della crisi, e non viceversa. La scelta da parte di personaggi di primissimo piano, come Franceschini, Curcio, Moretti ha ulteriormente accentuato la percezione che ormai quella stagione di lotta terroristica era conclusa. In questo senso si può dire che la dissociazione abbia influito sulla crisi del terrorismo, ma mi pare più rilevante che sia stata lei figlia di una crisi che ormai era nei fatti.
Uno Stato che, sulla base del dettato costituzionale, si propone il reinserimento sociale del reo, può stabilire fino a che punto al dissociato è concesso un ruolo nella società?
Credo che la possibilità di reinserimento sociale debba essere concessa a tutti, anche a persone responsabili di delitti gravissimi come di terrorismo. Anzi, aggiungo che vada riconosciuta anche ai condannati non dissociati. Non avrebbe giustificazione l’ostracismo sociale nei confronti di persone condannate per terrorismo anziché per un delitto comune. Detto questo, ciò che l’Associazione vittime del terrorismo lamenta, e che io condivido, è che la condizione particolare di essere ex-terroristi, dissociati o meno, ha funzionato in più di un occasione come un trampolino di lancio per ruoli di rilevanza pubblica assolutamente fuori luogo, proprio per le responsabilità che queste persone avevano avuto. Trovo assolutamente inaccettabile da un punto di vista etico e politico che una persona, per il fatto di essere stato un terrorista, possa godere non solo di aiuti, ma di sponsorizzazioni di vario genere per diventare opinionista sui maggiori giornali italiani, essere ospitato per comparsate televisive, o addirittura ricoprire incarichi politici come membro del parlamento o consulente di un ministro.
Come giudica la contro-manifestazione dell’Associazione vittime, sotto le bandiere di Forza Italia, An e Lega nord, alla concessione della cittadinanza onoraria di Venaria a Silvia Baraldini? Ritiene motivate le accuse, rivolte al mondo della politica, di mantenere strumentalmente in piedi il passato per uno scontro contingente al presente?
La mia risposta è perentoriamente un no. Per rimanere all’episodio credo che la concessione della cittadinanza onoraria del Comune di Venaria alla Baraldini costituisce un raro esempio di insensatezza politica, priva di qualsiasi giustificazione e, questo credo sì, possa essere definita una strumentalizzazione politica, di cui per altro non riesco a capire il senso. Quali sono gli insigni meriti per i quali la signora Baraldini ha ottenuto la cittadinanza onoraria? Salvo non sia un merito quello di essere stata condannata negli Stati Uniti, con un legittimo processo, per detenzione di esplosivo. E’ opportuno che l’Associazione vittime del terrorismo faccia sentire la sua voce in occasioni come queste. Siamo un Paese senza memoria, che non coltiva il principio della responsabilità. E’scandaloso, e io mi associo alla protesta, che una persona, soltanto per il fatto di essere stata condannata per detenzione di esplosivi negli Stati Uniti sia diventata un simbolo positivo tale da meritare un’onoreficenza. Detto questo sono d’accordo con lei che l’Associazione debba combattere le proprie battaglie a prescindere da qualsiasi logica di schieramento politico. Avrei voluto vedere alla contromanifestazione tutti i partiti politici dell’arco costituzionale, non lasciando quindi soltanto ad alcuni di essi questo ruolo, favorendo quel sospetto di strumentalizzazione politica che finisce anche per compromettere quel significato di protesta che invece era giusto ci fosse.
Cinzia Banelli, la ex-compagna “So”, è stata ammessa dal Viminale al programma di protezione per i collaboratori e i testimoni di giustizia. Anche in questo caso tra molte polemiche. Ritiene ancora opportune le concessioni per i contributi alle indagini dei collaboratori di giustizia per fatti di terrorismo?
Sì, è assolutamente giusto, normale e logico che queste persone vengano annesse ai programmi di protezione, e possano godere di tutti i benefici processuali e giudiziari che la legge prevede per i collaboratori di giustizia.
E la levata di scudi di alcuni esponenti di An, Forza Italia e dell’Associazione delle vittime?
Bisognerebbe conoscere il contributo delle dichiarazioni rese dalla Banelli, e quindi capire quale importanza abbiano avuto per le indagini. Non posso che dare una risposta condizionata, se il contributo è stato decisivo per determinare esattamente le responsabilità, direi che le proteste sono infondate. In caso contrario allora no.
Maurice Bignami, ex di Prima Linea, per rimarcare la specificità dello scioglimento politico dell’organizzazione (soprattutto riguardo alla consegna degli arsenali) ha detto che le Br sono uscite dalla lotta armata come da una macchina, lasciando il motore acceso e le chiavi inserite. Le sembra un’immagine appropriata?
L’immagine può essere appropriata tenendo conto che il fenomeno del brigatismo, pur essendo stato sicuramente sconfitto nella sua dimensione complessiva, è rimasto in piedi. La fine delle Br non è stata una fine definitiva come è stato per Prima Linea, ma ha lasciato dei semi che purtroppo hanno germogliato. Forse la macchina delle nuove Br di chilometri ne ha fatti pochi, ma certamente si è dimostrata un pericolo ancora attuale.
Quindi il percorso politico della dissociazioni ha dato dei risultati?
Complessivamente sì. Tornando alla valutazione iniziale direi che sicuramente il fenomeno della dissociazione è stato più significativo sul terreno politico che non su quello strettamente giudiziario per i motivi che prima ho esposto. E’ stato un suggello al fallimento del progetto rivoluzionario.


In magistratura dal '74, Maurizio Laudi è stato in servizio alla procura di Torino per quasi 8 anni, prima come sostituto e poi come aggiunto. Il 10 gennaio è stato nominato capo della procura di Asti -una norma della riforma dell'ordinamento giudiziario non consente di ricoprire per più di otto anni gli incarichi di vertice degli uffici giudiziari. Nel capoluogo piemontese - da cui si è allontanato solo quando è stato eletto componente del Csm - ha tra l'altro diretto la direzione distrettuale antimafia e ha coordinato il gruppo che si occupa dei reati di terrorismo ed eversione. Davanti al Csm Laudi è il "difensore" del gip di Milano Clementina Forleo nella procedura di trasferimento d'ufficio che le è stata aperta dalla Prima Commissione. Fa inoltre parte del parlamentino dell'Associazione nazionale magistrati ed è un esponente della corrente di Magistratura Indipendente.
Luca Ciambellotti

2 commenti:

Anonimo ha detto...

complimenti collega.
sempre un gradino sopra.
Laura

Capitan Merda ha detto...

Ottimo lavoro !

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