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venerdì 25 gennaio 2008

INDUSTRIA BELLICA: UN BUSINESS IN CRESCITA


Armarsi rende. Va a gonfie vele l’industria degli armamenti in Italia. Complice la Finanziaria 2008 che registra un più 11% della spesa militare rispetto al 2007 (già +13% rispetto al 2006), e ai fondi dirottati sul ministero dello Sviluppo economico, non conteggiati nei bilanci della Difesa. Oltre 23 miliardi di euro, l’1,5% del Pil. Il giro d’affari colloca l’Italia tra i primi dieci produttori al mondo e il settore aerospaziale ne è la punta tecnologica più avanzata. Tra militare e civile (le cosiddette tecnologie duali, convertibili le prime nelle seconde), la controllata Alenia Aeronautica, del gruppo Finmeccanica, sigla contratti per milioni di euro con la Difesa e vari paesi esteri. Agli stabilimenti del distretto piemontese, a Torino Caselle e in corso Marche, spetta l’onere di una produzione quasi esclusivamente militare. In forte crescita.

È di pochi giorni fa un contratto da 31 milioni di euro con la Libia per un Atr-42Mp da pattugliamento marittimo (prodotto in Campania, altro distretto aerospaziale Alenia con la Puglia). Tra le funzioni: il controllo dell’immigrazione clandestina, con la Libia nel mirino delle associazioni a tutela dei migranti, Amnesty International in testa, che denunciano violazioni delle Convenzioni di Ginevra, per altro non ratificate dall’ex colonia italiana.
Altri 2 Atr-42 alla Nigeria in un precedente contratto da 72 milioni di dollari, e 35Atr72 passeggeri alla Malesia, come siglato nel memorandum d’intesa di inizio dicembre. Una fornitura per circa 650 milioni di dollari, da realizzare in una joint venture con la francese Eads, quella di Airbus. Ultimo contratto in ordine di tempo (17 gennaio): 5 Atr72 per la Finlandia (90 milioni di dollari), che vanno ad aggiungersi agli undici della flotta di bandiera Fincomm. Militare è poi l’aereo da trasporto tattico C-27 J prodotto in Piemonte, un ordine di 110 esemplari, più 7 in via di negoziazione con la Romania.

Ma il vero colpo grosso è la commessa per l’aeronautica italiana di 121 Eurofighter, un cacciabombardiere assemblato nello stabilimento di Caselle, per il quale la Finanziaria ha stanziato 318 milioni per il 2008, 468 per il 2009, 5,4 miliardi da qui al 2012. Si aggiunge la maxicommessa per il cacciabombardiere F35 John Strike dell’americana Lockheed, che Alenia e altre aziende del distretto piemontese, circa 400, realizzeranno nell’aeroporto militare di Cameri. 131 per l’Italia, 570 per gli altri 6 Paesi europei che hanno siglato l’accordo.

Sulla spinta della Finanziaria, aumento degli utili e nuove acquisizioni per Finmeccanica quest’anno, ha detto l’amministratore delegato del gruppo, Pier Francesco Guarguaglini, in un’intervista a Bloomberg. E intanto arrivano i primi 20 milioni del Programma Operativo Regionale, settore: aerospazio. Si spera nell’effetto trainante delle tecnologie duali nei comparti dell’industria civile.

Per approfondimenti sul tema dell'industria delle armi si segnala il sito dello Stockholm International Peace Research Institute. (Mappa del traffico internazionale di armamenti leggeri dal 1950 al 2005).



ARTICOLI CORRELATI:
15 marzo 2011 - SIPRI: L'UNIONE EUROPEA E' IL MAGGIOR ESPORTATORE MONDIALE DI ARMAMENTI, da www.perlapace.it

 Lo si apprende analizzando uno studio dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), uno degli istituti tra i più autorevoli del settore, che ieri ha presentato i dati sui trasferimenti internazionali di armi convenzionali relativi al quinquennio 2006-2010 (qui il Factsheet in .pdf). Nonostante la crisi finanziaria e la successiva recessione globale, nel quinquennio dal 2006 al 2010 il volume medio dei trasferimenti globali di sistemi militari è cresciuto del 24% rispetto al quinquennio precedente. Se si analizzando attentamente i dati forniti dal SIPRI Arms Transfers Database – i paesi dell’Unione Europea superano ampiamente gli Stati Uniti e la Russia nel commercio mondiale di armamenti...

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mercoledì 16 gennaio 2008

AFGHANISTAN: DALLA RICOSTRUZIONE ALLA CONTROINSURREZIONE


“Guerra segreta degli italiani in Afghanistan”, titola lo scoop di ieri del quotidiano online Peacereporter. “Dal 2006 – all’insaputa del popolo italiano e in aperta violazione della nostra Costituzione –“, prosegue l’articolo, “le forze speciali della ‘Task Force 45’ combattono i talebani nell’ambito dell’operazione segreta ‘Sarissa’” (vedi foto). Operazioni a scopo offensivo e violazione delle regole d'ingaggio, denuncia il sito. Il dispiegamento di circa 200 soldati delle forze speciali dell’esercito italiano tra alpini, paracadutisti e incursori di marina, sarebbe stato quindi disposto nella massima segretezza al fine di contenere l’escalation di violenza innescata dai talebani, che l'altro ieri hanno assaltato l’Hotel Serena di Kabul, sede delle delegazioni internazionali. Niente kamikaze ma un vero e proprio commando, a dimostrazione delle capacità operative degli insorti nella capitale.

La situazione, nonostante il silenzio, sembra ormai allarmante. “Verso il caos: Afghanistan sull’orlo del precipizio”, è il titolo di un recente rapporto del noto think-tank internazionale Senlis Council: i talebani controllano ormai stabilmente il 54% del territorio afgano, sono attivi in un altro 38% (compresa la provincia ‘italiana’ di Herat) e stanno accerchiando la stessa capitale Kabul(ora a responsabilità di difesa del comando della Brigata Alpini Taurinense, di stanza a Torino, il cui contingente è partito lo scorso novembre). “Ormai la questione non è più se i talebani torneranno al potere a Kabul ma quando lo faranno”, prosegue il rapporto. La Nato deve aumentare mezzi e uomini, e prontamente ieri la Casa Bianca ha annunciato che invierà altri 3200 soldati.

Sono di oggi invece altre due notizie: il ministero degli esteri olandese ha convocato l’ambasciatore americano per avere chiarimenti sul richiamo della Casa Bianca agli alleati. Washington chiede di non sottrarsi alle operazioni di combattimento, ma soprattutto di adottare le tecniche anti-guerriglia sperimentate dal generale Paetreus in Iraq. La ricostruzione riconsegna il testimone alla guerra, e tre senatori di Rifondazione: Lidia Menapace, Francesco Martone, José Luiz Del Roio hanno inoltrato oggi un’interrogazione parlamentare sui fatti denunciati da Peacereporter.



18 gennaio
Il Presidente Nicolas Sarkozy, a margine di un discorso al corpo diplomatico dell'Eliseo (sarà a Parigi la prossima conferenza internazionale a sostegno dell'Afghanistan) ha dichiarato che la Francia "aumenterà il suo impegno" per l'Afghanistan.

8 febbraio
VILNIUS (LITUANIA), Francia e Canada hanno cominciato oggi a esaminare le questioni logistiche relative al possibile invio di contingenti francesi in rinforzo alle truppe canadesi nel sud dell'Afghanistan. Lo ha riferito il ministro canadese della Difesa, Peter Mackav, a margine del vertice interministeriale dei paesi membri della Nato a Vilnius. Il Canada, presente nella provincia di Kandahar con 2.500 truppe, aveva minacciato di ritirare i propri soldati nel febbraio 2009 se gli alleati Nato non invieranno un rinforzo di mille uomini.
Il malumore tra i membri della missione Isaf è forte, le accuse sono rivolte a una Alleanza a due velocità: una combattente in prima linea ("Solo britannici, canadesi, australiani, olandesi e danesi sono con noi sulla linea del fuoco", segretario alla Difesa americano Robert Gates) e una di alleati non preparati ad inviare soldati pronti a "combattere e morire". Ieri Morin ha lasciato intendere che la Francia potrebbe accogliere l'appello canadese, ma ha invitato il Canada ad essere "paziente".

domenica 13 gennaio 2008

OGGI SU REPUBBLICA: "IL GOLPE INGLESE", 1976


Non essendo più disponibile l'audiogallery di Repubblica proponiamo questo booktrailer del libro "Il golpe inglese" di Mario Josè Cereghino e Giovanni Fasanella, edito da Chiarelettere: "Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell'Italia".

Da Repubblica: "Il Golpe inglese" (Pdf), di Filippo Ceccarelli.

Dopo trent'anni decade il segreto di Stato e il governo inglese apre gli archivi del Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico. Nell'archivio gli scenari e i piani per un teorico golpe in Italia in caso di vittoria del Pci alle elezioni del 1976.
"Berlinguer è una figura attraente, ispira fiducia con la sua oratoria. Ciò che dice è credibile e lui lo afferma in modo convincente. [...] Il suo ingresso nel governo porrebbe la Nato e la Comunità europea dinanzi a un problema serio e potrebbe rivelarsi un evento dalle conseguenze catastrofiche".
Ambascisatore britannico a Roma Sir Guy Millard.
"Il Pci è ormai parte integrante del sistema politico, che sta andando in pezzi. L'unica speranza è che sia contaminato dal potere come gli altri partiti.[...] La polizia è insoddisfatta e il 40% degli agenti sarebbe pronto a partecipare a un colpo di Stato di sinistra. I carabinieri invece sono molto più affidabili".
Ex ministro dei Beni Culturali Giovanni Spadolini.



"Option number four": "Subversive or military intervention against the Pci".
"Questa azione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l'obbiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall'esterno". Vantaggi: "Tali misure possono contribuire a rimuovere il Pci dal governo". Svantaggi: "Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un'operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell'occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina di governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all'interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell'iniziativa. Anche se l'intervento servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l'influenza comunista e quella dell'Urss nel lungo periodo".

martedì 8 gennaio 2008

L'ECCIDIO DI VIA ACCA LARENTIA A ROMA. NON SOLO SKORPION


Il 7 gennaio 1978, a Roma, verso le sei del pomeriggio, due giovani militanti missini Franco Bigonzetti, di 19 anni, e Francesco Ciavatta, di 18 escono dalla sede di via Acca Larentia e vengono abbattuti dal fuoco di una mitraglietta skorpion. La stessa arma che anni dopo tornerà a sparare, a firma Brigate rosse, su ben altri obbiettivi: l'economista del lavoro Ezio Tarantelli (1985), l'ex sindaco di Firenze, Lando Conti (1986), e il senatore consigliere per gli affari costituzionali Roberto Ruffili (1988).

Tornando a fatti tragici del passato i media rischiano di non porsi domande, limitandosi a accostamenti e suggestioni. Il rischio è la retorica senza domande, senza sforzo di approfondire fatti e circostanze.
A Tg2 Punto di vista di lunedì 7 gennaio, il deputato Gianni Alemanno e il giornalista Luca Telese, autore del libro "Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, 21 delitti dimenticati": hanno convenuto che di alcuni fatti di sangue si è parlato meno che di altri. E Telese che, se per certi aspetti è più facile parlarne oggi, per altri è forse maggiore il rischio di manipolazione. Ma di caduti e di omicidi di quegli anni, se ne sono dimenticati tanti. Due erano magistrati, il primo, Vittorio Occorsio, ucciso nel 1976 da Pierluigi Concutelli, irriducibile di Ordine nuovo, indagava solo a Roma sul terrorismo nero. Il secondo, Mario Amato, subentrò al collega, dal ‘77 per i tre anni successivi, anche lui rimarrà l’unico magistrato a indagare sulla destra eversiva romana. Verrà ucciso dai Nar il 23 giugno del 1980. A Sparare è Gilberto Cavallini. Condannato all’ergastolo, nel 2001 ottiene la semilibertà. Trovato in possesso di arma da fuoco è stato nuovamente arrestato nel 2002.

Per la ricostruzione della vicenda di Mario Amato, rimando al bel documentario di La storia siamo noi, Perché Mario Amato?. La puntata è visibile integralmente dal sito della trasmissione di Rai2. Vale decisamente la pena.

Nelle sue indagini Mario Amato si convince che i vari gruppi neo-fascisti romani obbediscano a un’unica regia, e lo ribadisce davanti al CSM il 15 marzo del 1980:
«Qui a Roma si cercano i famosi NAR, che hanno rivendicato numerosi omicidi e attentati, e che ora sono divenuti ancora più virulenti. Recentemente sono state arrestate persone trovate in possesso di pistole e bombe a mano. Esaminando il fascicolo rilevai, utilizzando i miei appunti personali, ma anche un po’ di schedario, che le bombe a mano trovate a dette persone avevano lo stesso numero di altre bombe a mano usate da altri, come quelle usate nell’attentato dei NAR alla sede del PCI, in cui rimasero ferite 22 persone. È evidente che non può essere una coincidenza. Resta il fatto che tale elemento l’ho evidenziato io in base a una serie di appunti che mi sono andato formando nel corso della mia attività, mentre nel rapporto della Digos non era indicato. Lavorare in tal modo è inconcepibile, siamo in pratica alle soglie della guerra civile e ci troviamo ancora in queste condizioni».

Le bombe in questione sono le SRCM, date in dotazione all’esercito per l’addestramento. Nella primavera del ’78 ne viene trovata una cassa della caserma di Tauriano di Spilimbergo, Pordenone, dove Valerio Fioravanti aveva svolto il servizio militare. Altre, lo stesso Fioravanti, era riuscito a farle arrivare a Roma, dove finiscono nelle mani di molti gruppi che rivendicano le loro azioni con la sigla NAR, ma anche in quelle della criminalità organizzata: una bomba di questo tipo, infatti, viene trovata addosso a un esponente della ‘banda della Magliana’.

mercoledì 2 gennaio 2008

Rai international: onde corte addio


Niente più onde corte Rai nell’etere. La Radio Italiana, dopo 70 anni di trasmissioni intercontinentali, il 30 settembre 2007 ha interrotto il servizio, compresi i notiziari in 27 lingue straniere oltre all'italiano. Le onde corte Rai tacciono nel silenzio dei media, eccezioni a parte, e della stessa Rai International che preferisce non commentare per non compromettere le “delicate” trattative sindacali in corso con l’azienda per il ricollocamento di alcune decine tra redattori, traduttori e tecnici precari e non.

La convenzione con la Presidenza del Consiglio del luglio scorso, a firma del sottosegretario con delega per l’informazione, la comunicazione e l’editoria Riccardo Franco Levi, conferma la convinzione del precedente Governo, che aveva approntato la chiusura con la legge Gasparri nel 2004: “Lo strumento delle onde corte in sé è diventato totalmente desueto e superato”, i 18 milioni di euro di bilancio devono essere destinati altrove: digitale e televisivo. Fine delle trasmissioni quindi, le frequenze Rai Khz, questa la sigla delle onde corte, tornano al silenzio interrotto dal primo segnale via etere di Guglielmo Marconi, che creò il primo trasmettitore al mondo per la Uri, l’Unione radiofonica italiana, futura Rai.

“La dismissione delle onde corte è ormai una tendenza comune con la diffusione di internet e del satellitare”, dice Andrea Borgnino, dipendente di RaiNet e curatore della rivista Radiorama, mensile dell’Associazione italiana radioascolto, Air-radio. “Ma solitamente ci si muove in direzione di una razionalizzazione, non di un’interruzione totale”.
Chi per lavoro, chi per passione ha a che fare con le onde corte, insiste su un punto: a differenza di internet e dei satelliti, le onde corte non possono essere oscurate. “Passare a internet o al satellite può essere complementare”, prosegue Borgnino, ”ma non è sostituivo, sono due cose diverse”. E infatti le onde corte si sono imposte durante la Guerra fredda, quando entrambi i blocchi ricorrevano alla radio per superare la censura e comunicare con la sponda opposta.

E non tutti hanno internet. Un rapporto della Bbc del 2006, ”Shortwave Radio: alive and all-important”, stima in 107 milioni, con un incremento di 7 milioni nell’ultimo anno, gli ascoltatori del notiziario Bbc World Service, definendo le onde corte un mezzo “cruciale” per informare e istruire le persone nel mondo. Darfur, Ciad, Repubblica Centro-aficana, sono alcuni dei Paesi dove è stato attivato il “Lifeline Programme” per la ricerca di persone scomparse e rifugiati. O il servizio Kimasomaso, in lingua Swahili per l’Africa orientale, in cui si discute di aids e salute sessuale. E per concludere la Somalia, che la Rai contribuisce ad abbandonare definitivamente a se stessa.

Per l’Occidente, si tratta di capire se siamo di fronte a un cambiamento tecnologico che segna la fine di un 70ennio di radiofonia in onde corte. “Di quale superamento tecnologico si parla quando si abbandonano le lingue estere?”, si chiede Luigi Cobisi, direttore di Italradio, “la scelta della Rai è molto limitativa: è stata privilegiata la televisione in un Paese che ha dato i natali alla radio. L’Italia non è più all’avanguardia, osserva l’innovazione in altri Paesi”.

Pubblicato su Futura, novembre 2007
Luca Ciambellotti
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