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venerdì 22 febbraio 2008

ADDIO ALLA LISBONA-DAKAR
Un team racconta la fine di un mito

L'Iveco Cargo di Luisa Trucco e Corrado Pattono alle prese con una duna nel deserto del Sahara; Rally Dakar edizione 2007.

Azeglio, vicino Ivrea. In una stretta stradina del centro c’è un piccolo concessionario di moto. E’ la base del team Dakar del camion Iveco disegnato dall’Italdesign di Giugiaro. Il team si forma nel 2004, con l’arrivo alla guida di Luisa Trucco, torinese di 34 anni: “Il nostro assistente, Germano, è un’aggiunta. Il team siamo io e Corrado Pattono”.

Quella del 2008 sarebbe stata per Luisa la quarta Dakar, mentre Corrado è un veterano alla 18esima edizione. Dei due Corrado, il navigatore, è il più taciturno ma risponde per primo quando gli chiedo la reazione dei piloti all’annullamento del rally il giorno prima della partenza. Il rischio di attentati terroristici, inoltrato dal governo francese, ha convinto l’organizzazione a sospendere tutto.
Un disastro, sia morale che economico. Morale perché dopo tanto lavoro tutto svanisce in un attimo. Economico perché queste gare sono costosissime e si fanno solo grazie agli sponsor. Per la preparazione del camion abbiamo anticipato molti soldi, ma gli sponsor finanziano i piccoli team perché è la Dakar. Se salta l’evento, salta lo sponsor. I nostri per fortuna ci sono venuti in contro, quindi cercheremo di fare qualche altra gara”.

Penso subito alla Dakar Series. La Aso, l’ente organizzatore, non ha perso tempo e già si parla per il prossimo anno dell’Argentina, ma è stato anticipato ad aprile un raid in programma per il 2009 in Ungheria. “Probabilmente parteciperemo al Rally di Tunisia, o faremo questa gara in Ungheria, ma non si capisce bene quale sarà il terreno più adatto ai camion. Gli spazi africani ti consentono di gestire un mezzo del genere, ma nei boschi lo distruggi. Aver speso tutti i soldi per la preparazione alla Dakar, non correre e rovinare il camion in una gara meno importante e con poco seguito diventa impegnativo”.

La Dakar è il rally del deserto per definizione. Chiedo ai due piloti se la vera sfida è tra i concorrenti o con il terreno di gara: “Il deserto è ciò che cercano tutti quelli che fanno la Dakar. Il deserto, la sabbia, gli spazi africani”, dice Corrado. Sembra che in Argentina ci siano le stesse condizioni, non sarà l’Africa ma va bene”. Della competizione invece parla Luisa: “La Dakar è più una gara di resistenza. La vera sfida è con te stesso, con le ore che passi alla guida, con le ore che non dormi. Resistenza fisica e del mezzo. Tolti i primi, quello che conta è arrivare in fondo. E’ una delle poche gare dove se arrivi alla fine, a vedere il Lago Rosa ancora in gara, sei felice, felice di aver attraversato il deserto”.

Alcuni piloti, nonostante il rischio di attentati, avrebbero voluto correre lo stesso. Chiedo che sensazione abbiano avuto loro, e mi risponde Corrado: “Chi aveva alcuni anni di Dakar alle spalle, me compreso, era assolutamente per partire. Situazioni simili ci sono sempre state: campi minati, banditi. Un anno sono stato anche sequestrato. Tutto si è risolto con un po’ di panico e il danno per quello che ci hanno rubato”.
I due piloti piemontesi non si atteggiano a temerari, parlano di situazioni che conoscono bene. “Certo, nessuno ha voglia di farsi sparare ma erano tutti più o meno abituati a situazioni di rischio. Tra i partecipanti girava voce di una valutazione degli organizzatori legata ad accordi tra governi che non ci sono stati. Di una ritorsione della Francia alla Mauritania per l’omicidio dei quattro turisti francesi a fine dicembre. Perché la Dakar significa soldi per chi ospita la gara. Significa medicine, vaccini, pozzi”.

Eppure molti rischi nel tempo sono diminuiti. Le norme di sicurezza sono aumentate e con i Gps non ci si perde più. “Ti perdi ancora quanto prima ma perdi la rotta ideale”, precisa Corrado, “prima ti poteva capitare di non sapere veramente più dov’eri. E poi ci si allontanava di più dalle vie principali, si mangiava male, non c’era acqua per lavarsi, si passava da luoghi dove non si va più. I rischi sono soprattutto per chi va molte forte, come in qualsiasi altra gara”. Secondo loro più che le persone a rischiare sono i mezzi, “se ti si rompe il camion tra le dune e non trovi nessuno che te lo recuperi, o se ti prende fuoco e non riesci a spengerlo”.
Corrado e Luisa soffrono già del “mal d’Africa” mentre mi fanno vedere il camion nel cortile. C’è ancora la sabbia delle prove attaccata agli enormi pneumatici.
Luca Ciambellotti

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Che articolo curioso!
mi ha riportato con l'immaginazione a quando, da piccolo, improvvisavo polverose piste per automobiline nel giardino di casa...
MR

RacingPolitics ha detto...

la dakar è bellisisma, se qualche emittente tv la facesse vedere le norme di sicurezza aumenterebbero sensibilmente, gli sponsor aumenterebbero per tutti...invece solo calcio..

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