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martedì 28 ottobre 2008

NEBBIE SULL'ITALICUS
Da "Sragione di Stato", di Camillo Arcuri: Licio Gelli, le bombe, la P2 e la strategia della tensione



Siamo nel 1977 e da tempo i giudici esperti di trame terroristiche indagano senza esito sulla strage dell'Italicus, il treno fatto saltare in aria nell'agosto dell'1974 dentro una galleria della linea appenninica tra Emilia e Toscana. Proprio in riferimento alle note di Santillo (Emilio Santillo, questore, poi capo del servizio nazionale antiterrorismo) sui rapporti del capo della P2 con le cellule nere, i magistrati di Bologna chiedono al Sid qualche informazione in più. Segue una risposta stupefacente, a firma dell'allora capo del servizio, ammiraglio Casardi: “Non si dispone di notizie sul conto di Licio Gelli per quanto concerne la sua appartenenza alla loggia P2, oltre a quanto riportato diffusamente dalla stampa”. Dove il rinvio alla lettura dei giornali, la dice lunga sulla volontà di collaborare, insabbiando.

L'Italicus si era rivelato fin dall'inizio un tabù intoccabile. Addirittura choccante è la disavventura capitata al commissario Ennio Di Francesco, uno degli uomini di punta di Santillo, piombati a Empoli nel gennaio 1975, quando Mario Tuti, mitra in pugno, aveva falciato due poliziotti pur di coprire il suo gruppo terroristico. Che cosa poteva nascondere di tanto scottante in archivio, da scatenare una reazione tanto furiosa? Visto che Tuti qualsiasi cosa poteva essere meno che un pazzo, doveva trattarsi certamente di segreti molto pesanti, riguardanti fatti e personaggi-chiave nella strategia eversiva in atto. Non occorreva una grande fantasia, insomma, per indirizzare l'attenzione dei detective verso un possibile collegamento tra la bomba scoppiata pochi mesi prima sull'Italicus, il gruppo di fuoco toscano e il suo finanziatore, il “signor P2” della vicina Arezzo.

In questo senso “vietato” si muoveva fin dal suo arrivo a Empoli, il commissario Di Francesco, memore dei sospetti già agli atti dell'Antiterrorismo. Non se ne pentì ma quasi. Al ritorno da una missione venne convocato di notte in ufficio dal sostituto procuratore di Arezzo, Marsilio Marsili (genero di Gelli), che lo affrontò con inaudita durezza. Gli contestò, sfogliando il codice penale e lasciandolo in piedi come un imputato, fughe di notizie, violazioni del segreto istruttorio, il tutto per aver messo a parte dei suoi sospetti il magistrato di Bologna che indagava sull'Italicus. “Gli risposi dicendo quello che pensavo: come poteva accusarci addirittura di reati – così ricostruisce quella brutta pagina Di Francesco – per avere informato un altro giudice di elementi che interessavano una sua indagine parallela? Noi dell'antiterrorismo avevamo proprio come compito quello di studiare possibili legami in campo nazionale e internazionale. E poi non dovevavmo lavorare tutti per lo stesso scopo: fare luce su crimini tremendi?

Invano l'Antiterrorismo cercò di fare quadrato intorno al suo investigatore. Santillo dovrà infine richiamare a Roma il suo investigatore per “ordini superiori”. Quali, è facile immaginare. La netta sensazione, riportata anche sui giornali dagli inviati più attenti, fu che Di Francesco fosse stato estromesso dal caso Empoli per essersi attivati troppo su un terreno (minato) di indagine: la pista che collegava la strage di Tuti alla carneficina del treno poteva portare lontano, a scoperte destabilizzanti per certi settori. Non si è arrivati a niente anche per la presenza in ruoli chiave, di personaggi tutti legati al giuramento di fedeltà alla loggia segreta di Gelli: dall'allora questore di Firenze, ai vertici dei carabinieri in Toscana, fino a qualche magistrato del circondario.

Conclusione: a distanza di trent'anni, le vittime dell'Italicus (12 morti e più di cento feriti) non hanno ancora avuto giustizia. I neofascisti processati per la strage sono stati assolti per insufficienza di prove, lo stesso i loro protettori e finanziatori. Se il giudizio penale non ha potuto accertare precise e concrete responsabilità individuali, gli stessi indizi del processo, uniti a nuovi elementi emersi nel frattempo, hanno però aperto un primo squarcio di verità. Dopo anni di ricerche e interrogatori la Commissione parlamentare sulla P2 è arrivata a stabilire tre certezze, una più grave dell'altra: 1) la strage dell'Italicus - si legge testualmente nelle conclusioni – è ascrivibile a un'organizzazione terroristica d'ispirazione neofascista e neonazista; 2) la loggia P2 svolse opera d'istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti della destra extraparlamentare toscana; 3) la loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell'Italicus e può ritenersene addirittura responsabile in termini non giudiziari, ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale.

Da: "Sragione di Stato", di Camillo Arcuri, Bur-Rizzoli, 2006, Milano, 181 p.p., euro 9,50.
E' il libro intervista del giornalista genovese, già inviato del Giorno, del Corriere della sera e dell'Espresso, all'ex generale dei carabinieri Niccolò Bozzo. Braccio destro di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella direzione dei nuclei antiterrorismo negli anni di piombo, l'ex generale in pensione offre una testimonianza su trent'anni di vicende italiane vissute dall'interno della "Benemerita". Ombre e penombre che si sono addensate sul paese a momenti alterni, dal "Piano Solo" del 1964 al Golpe Borghese, da Piazza Fontana alla strage di Bologna. Cortine di silenzio, verità taciute, depistaggi e menzogne. Storia italiana ancora scritta a metà.

Vai al VIDEO della presentazione alla libreria Feltrinelli di Torino, qui (con Marco Travaglio, Gian Carlo Caselli, Bozzo e Arcuri).

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