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venerdì 17 aprile 2009

CONDANNATA LA "BAIA DEI PIRATI"
Esulta la Fimi, l'associazione dei discografici

Video-intervista ai proprietari di "The Pirate Bay", la baia dei pirati, celebre sito di condivisione file in modalità bit-torrent.



Segue l'articolo presentato lo scorso 6 febbraio all'esame di Stato da giornalista, che ripercorre anche la vicenda di "Pirate Bay".

INTERNET E IL DIRITTO D'AUTORE
Giro di vite sull'informazione online

Il termine è di sessanta giorni. Sessanta giorni per la conclusione dei lavori del neo-nato “Comitato tecnico per la lotta alla pirateria digitale e multimediale”. E’ quanto si legge nel testo, reso noto da “Altroconsumo” lo scorso 26 gennaio, della proposta di legge per regolamentare la diffusione delle opere dell’ingegno attraverso le reti telematiche. Un intervento legislativo a sostegno della attuale legge del 1941 e successive modifiche.
Che qualcosa stesse cambiando nella babele del “download” illegale è apparso evidente già dalla scorsa estate, con il sequestro preventivo, il 10 agosto scorso, del sito svedese Pirate Bay, la “baia dei pirati”, uno dei più noti servizi di condivisione file attraverso il sistema peer to peer, letteralmente “da nodo a nodo” di una rete informatica paritaria in cui ogni computer agisce come server, scambiando informazioni. Con l'ordinanza del 1 agosto, il gip di Bergamo, su richiesta del sostituto procuratore Giancarlo Mancusi, ha imposto ai fornitori di servizi internet italiani, i cosiddetti “provider”, di impedire l'accesso al sito svedese. Gli utenti venivano così reindirizzati inizialmente a una pagina in cui compariva l’annuncio del sequestro del sito da parte della guardia di finanza e, dopo alcuni giorni, alla homepage del sito www.pro-music.org, di proprietà della britannica Ifpi, una delle maggiori associazioni internazionali di discografici. Una procedura definita da molti “inquietante”, dal momento che gli utenti italiani consegnavano il proprio Ip identificativo a un sito gestito da un'associazione di discografici estranea alla legislazione italiana. La sollevazione del cosiddetto “popolo della rete” non si è fatta attendere e gli stessi gestori del servizio Pirate Bay non hanno risparmiato pesanti accuse al governo italiano e alla federazione dei discografici Italiani.

Il caso Pirate Bay rappresenta il primo tentativo da parte delle autorità italiane di bloccare un servizio di condivisione file tra i più popolari della rete, ma si inserisce in un’offensiva ormai internazionale. Un’iniziativa analoga è stata intentata tre anni fa negli Stati Uniti dalla stessa Ifpi e approderà nelle aule giudiziarie il prossimo 16 febbraio. Quattro gestori del sito svedese sono accusati di aver cooperato nella violazione dei diritti d’autore per un ammontare di 100 milioni di dollari richiesti come risarcimento danni da varie aziende detentrici di copy-rigth. A metà gennaio anche, Tdc, il più grande provider danese, ha deciso di bloccare Pirate Bay per non subire iniziative giudiziarie analoghe a quella toccata a Tele2, denunciata dall’Ifpi per non aver impedito ai suoi utenti di collegarsi a Pirate Bay. A giorni dovrebbe pronunciarsi la Corte Suprema danese, che dovrà decidere se seguire l’esempio svedese, dove un’analoga iniziativa dell’Ifpi è stata giudicata in contrasto con la normativa europea sulla cosiddetta “net-neutrality”, la possibilità di scaricare liberamente dalla rete.

Entro i confini nazionali anche altri colossi della rete sono stati chiamati in causa negli ultimi mesi per violazione della legge sul copyright. Il 30 luglio il gruppo Mediaset ha citato in giudizio Google e Youtube per “illecita diffusione e sfruttamento commerciale di file audio-video di proprietà delle società del gruppo”, quantificando i danni in 325 ore di programmazione perduta e 500 milioni di euro. Le reazioni nella “blogosfera” sono diventate furiose dopo la comparsa di un video, proprio su Youtube, in cui il vicepresidente della Commissione per le Telecomunicazioni, Luca Barbareschi, annunciava un ordine del giorno per proporre “una direttiva europea per limitare il monopolio che è accaduto in questo periodo con Youtube”. Anche in questo caso il principale aggregatore dell’indignazione è stato il blog di Beppe Grillo, che a distanza di pochi giorni ha rilanciato, sempre su Youtube, un’intervista della Abc australiana al senatore del Pdl, Gianpiero Cantoni, in cui ribadiva la necessità di un intervento legislativo per “responsabilizzare” i curatori dei blog. Un intervento legislativo che tornerà a girare nelle aule del parlamento a novembre, nella forma del Ddl Levi-Prodi, ribattezzato subito dai suoi detrattori nella pagina dedicata sul noto social-network Facebook: “legge ammazza-bolg”.

Sempre su Facebook è stato il capo dell’opposizione, Walter Veltroni, a tornare sulla causa Mediaset-YouTube, con un intervento in cui affermava: "Per prima cosa mi viene da pensare a quale idea di media sia giusto ispirarsi. Guardo a questa polemica come a un discrimine tra il vecchio e il nuovo mondo, tra un’idea chiusa e regressiva ed una aperta ed avanzata”.
Concezioni diverse sulla tutela del diritto d’autore e le piattaforme di diffusione o mancati accordi commerciali con i grandi operatori della rete? Una domanda alla quale la Warner Bros ha risposto, in via non ufficiale, confermando che l’interruzione della trattativa con YouTube sarebbe naufragata a fronte di un’offerta economica della società californiana "incredibilmente bassa".
Esistono dunque posizione divergenti, come ha dimostrato l’accordo siglato il 14 ottobre scorso tra Rai.net, la consociata dell’azienda radiotelevisiva italiana, e Youtube. Una collaborazione che segue quella dell’americana Cnn e della britannica Bbc. Secondo l'Ad di RaiNet e direttore di Rai Nuovi Media, Piero Gaffuri: "La conclusione di questo accordo va nella direzione indicata dal nostro piano editoriale, che prevede la diffusione dei contenuti RAI su più piattaforme e partnership con operatori web di alto profilo internazionale". Chad Hurley, co-fondatore e CEO di YouTube, ha aggiunto: "Siamo davvero soddisfatti che un player europeo importante come la Rai abbia deciso di abbracciare la nostra piattaforma e di usare il nostro strumento VideoID per gestire e proteggere i propri contenuti”.
Dunque anche la Rai avrà un proprio canale su Youtube e l’azienda potrà essere informata dei file-video di sua proprietà caricati dagli utenti sul sito. Deciderà in seguito se rimuoverli o utilizzare gli spazi pubblicitari a disposizione nelle pagine che segnalano violazioni.


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