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mercoledì 11 gennaio 2012

OIL FOR NOTHING, un documentario sull'estrazione del petrolio in Nigeria


Qual è il vero prezzo della benzina? Non il costo per litro al distributore, nè i prezzi al barile stabiliti dalle compagnie petrolifere, ma il costo occulto in termini di impatto ambientale e sociale sui paesi produttori. Un costo altissimo su cui indaga il documentario di Luca Tommasini Oil for nothing, prodotto dalla Campagna per la riforma della Banca Mondiale - CRBM, sulle ricadute dell'industria petrolifera in Nigeria. 20 minuti di immagini e interviste a tratti incantevoli e a tratti angoscianti nel documentare la devastazione ambientale della regione del Delta del fiume Niger.


Oil for Nothing from Luca Tommasini on Vimeo.

Tra i primi esportatori di petrolio dei paesi sub-sahariani e fornitore strategico del 20% del petrolio consumato in Europa, dopo 50 anni di concessioni alle principali compagnie petrolifere la Nigeria resta uno dei paesi più poveri del continente africano. Con i suoi 160 milioni di abitanti, di cui 31 stanziati nella regione del Delta del Niger, il paese africano attraversa una grave crisi che potrebbe rapidamente sfociare nel caos. Gli ultimi dieci giorni sono stati segnati dalle violenze religiose tra mussulmani e cristiani, oltre che da uno sciopero per il rincaro del prezzo della benzina (raffinata all'estero) dovuto al taglio delle agevolazioni da parte del governo.

Nonostante le promesse e gli accordi siglati nei protocolli d'intesa previsti nei piani di impatto ambientale, che sulla carta prevedono la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali quasi niente è stato fatto. Circostanziate sono le accuse all'italiana Agip, come agli oleodotti che trasportano il petrolio grezzo, in alcuni casi risalenti agli anni '70, causa dei principali sversamenti che hanno messo in ginocchio una popolazione rurale le cui principali attività economiche restano l'agricoltura e la pesca. E' il caso dello sversamento causato a nel 2004 a Ogoniland, nella comunità di Goi, dalla Trans-nigerian pipeline della Shell. Sono oltre 2000 i siti da ripulire ma nessuna attività di bonifica è mai stata avviata.

Attività di gas flaring nei pressi di un villaggio in Nigeria.
Ai danni causati dallo sversamento di idrocarburi nell'ambiente si aggiungono i residui dell'attività di gas flaring: la combustione a cielo aperto dei gas estratti insieme al petrolio, un'attività che rilascia nell'atmosfera diossina, benzene, sulfuri, agenti cancerogeni, la cui emissione negli ultimi decenni va di pari passo con l’aumento nella regione di malattie respiratorie e tumori, oltre ai danni causati dalle piogge acide. Ed è proprio sul sito dell'Eni che si può leggere la dichiarazione di una società sussidiaria dell’Eni: la Nigerian Agip Oil Corporation, sulla cessazione dell'attività di gas flaring nella regione di Ebocha. Una dichiarazione smentita dalle immagini del documentario di Tommasini. "Si può pensare a un trattamento più primitivo del petrolio grezzo"? E' la domanda ch si pone un intervistato e a cui l'ERA-Nigeria (Enviromentals right action) risponde sostenendo che la cosa migliore sarebbe lasciare il petrolio nel sottosuolo, prima che finisca e non possano essere ricontrattate condizioni più favorevoli per la popolazione locale.

Approfondimenti:
  • IL DELTA DEI VELENI, Gli impatti delle attività dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio in Nigeria. Una pubblicazione frutto di un'inchiesta condotta sul campo dalla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale - CRBM, scaricabile in Pdf.
  • Le Nazioni Unite confermano il massiccio inquinamento da petrolio da parte della Shell nel Delta del Niger. Da Amnesty International.it. Lo studio delle Nazioni Unite di agosto 2011 sui soli danni provocati dalle operazioni della Shell (non quindi quelli causati dalle altre corporation attive nell’area, tra cui l’italiana Eni) ha quantificato in 25-30 anni il tempo necessario per la bonifica del territorio.
  • La marea nera nei pressi delle coste nigeriane. Dal sito "Stacca la spina. Ferma anche tu gli investimenti sporchi delle imprese italiane". L'ultimo sversamento ad opera della Shell risale al 21 dicembre scorso. In un solo giorno, secondo la compagnia petrolifera, 40mila barili di petrolio sarebbero finiti in mare da un oleodotto che collegava una piattaforma off-shore a una petroliera. Secondo il quotidiano britannico Guardian, lo sversamento interesserebbe un’area dell’estensione di 70 chilometri.

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