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sabato 22 settembre 2012

LAYHA: IL CODICE DEI MUJAHEDDIN
L'International Review of the Red Cross pubblica il codice di condotta dei talebani

Elicottero Russo abbattuto dai Mujaheddin in Afghanistan negli anni '80.

Non è l'Agakure, il codice dei samurai, ma il Layha dei mujaheddin in Afghanistan. Nonostante le due preghiere di apertura il codice di condotta dei talebani nel jihad afgano non è un testo di aforismi religiosi ma un dettagliato vademecum su come comportarsi con i prigionieri, con le spie, su come fare riferimento alla catena di comando militare, spartire i bottini di guerra e altro ancora. Non sembra un testo imbevuto di precetti religiosi, scritto per pastori e contadini, ma si riconosce piuttosto la mano di un comando militare strategico ben consapevole di interagire con un tessuto sociale vivo: quello della società afgana plasmata da oltre dieci anni di guerra.

Il primo Layha del 2006 è stato riveduto nel 2009, questa edizione del 2012 sostituisce la precedente. Se ne riportano qui alcuni estratti tradotti in italiano dalla versione inglese pubblicata dalla Rivista Internazionale della Croce Rossa, a sua volta tradotta dall'originale versione in Pashtun. Per una lettura integrale del testo, l'origine e i criteri di traduzione rimandiamo alla fonte dalla quale abbiamo attinto: il blog "Io non sto con Oriana Fallaci" (http://iononstoconoriana.blogspot.it/), altrimenti in copia all'ArchivioDocumenti di Multivisione.




Avvertenza
Questo documento viene riprodotto come testo di riferimento per l'articolo "Il Layha per i Mujahiddin: un'analisi del codice di comportamento per i combattenti talebani sotto la legge sacra" di Muhammad Munir, pubblicato in questo numero (881) della rivista. Il fatto che il documento venga pubblicato non implica un'approvazione di quanto in esso contenuto da parte dell'International Review of the Red Cross.

In nome di Dio il più grande dispensatore di grazie e di misericordia; noi leviamo lodi e preghiere per il glorioso Messaggero. Ecco cosa dice Allah l'Onnipotente [nel Sacro Libro]:
58. Allah vi ordina di restituire i depositi ai loro proprietari e di giudicare con equità quando giudicate tra gli uomini. Allah vi esorta al meglio. Allah è Colui Che ascolta e osserva.
59. O voi che credete, obbedite ad Allah e al Messaggero e a coloro di voi che hanno l'autorità. Se siete discordi in qualcosa, fate riferimento ad Allah e al Messaggero, se credete in Allah e nell'Ultimo Giorno. È la cosa migliore e l'interpretazione più sicura.
Fare di tutto per seguire la via indicata da Allah Onnipotente [Jihad] è la forma più alta di devozione ed il dovere più grande; attraverso questo passano l'onore della 'umma islamica e la più sublime espressione di Allah Onnipotente. Per i musulmani il Jihad è uno strumento essenziale per conseguire quei successi e quelle grandi realizzazioni attraverso le quali può essere assicurata la dignità e la felicità della comunità dei credenti

I popoli che hanno compiuto il Jihad sono indipendenti e liberi. Al contrario, quelli che hanno rimesso la spada nel fodero e che hanno abbandonato il Jihad, non hanno conseguito alcun beneficio: tutto quello che hanno ottenuto è stato l'avere il collo avvinto dalle catene della schiavitù e della prigionia

Oggi, mentre i mujahiddin danno il loro sangue sacro per il prestigio della parola di Allah, per l'onore del popolo musulmano cui appartengono e per la comunità dei credenti, affinché le questioni inerenti il Jihad siano organizzate tenendo conto di una strategia coerente e perché i mujahiddin abbiano più di quanto l'hanno avuta fino ad oggi una guida da seguire per gli aspetti amministrativi, educativi, giudiziari, morali ed etici della vita, dobbiamo adottare un lahya [codice di comportamento] che permetta ai mujahiddin a considerare con più chiarezza i loro obiettivi, di identificare le intenzioni dei nemici dell'Islam e dei loro fiancheggiatori, e infine di trovare facilmente una soluzione ai dubbi e alle incertezze che devono affrontare nell'ambiente del Jihad. In accordo con le indicazioni divine, l'incombenza spetta alle [persone] timorate e coraggiose che siano non solo in grado di adempiere ai propri doveri nel modo più appropriato, ma siano anche capaci di neutralizzare in tempo le macchinazioni del nemico.
[...]

Capitolo 1 - Questioni relative alla resa degli oppositori, e al dawat [invito] da rivolgere loro

1. Ogni musulmano può rivolgere un dawat [invito] a quanti lavorano per l'asservita amministrazione di Kabul per incoraggiarli ad abbandonare le funzioni che rivestono in questa amministrazione corrotta, e a tagliare ogni legame che li lega ad essa.
2. Se qualcuno abbandona questa corrotta amministrazione in seguito ad un dawat rivoltogli o per la fede che possiede, se si tratta di un individuo non noto il capo del distretto gli fornirà un salvacondotto; in tutti i casi in cui si tratta di individui investiti da notorietà o che hanno causato sofferenze ai musulmani, il capo del distretto rilascerà il documento dopo aver interpellato il governatore, e darà notizia della cosa ai mujahiddin. Se un mujahid uccide questa persona o la ferisce in qualsiasi modo, il colpevole sarà punito secondo quanto stabilito dai principi del diritto islamico.
3. Per quanto riguarda quelle persone che si sono arrese e che si sono pentite mentre si trovavano in una posizione di potere (ovvero lavorando con gli infedeli o con la loro amministrazione schiavizzatrice), se hanno danneggiato qualcuno o causato danni alle proprietà di qualcuno, esse sono obbligate da Allah Onnipotente a porre rimedio al risultato delle proprie azioni. Se non lo fanno, sono [da considerare] colpevoli. Naturalmente, né il tribunale né nessun altro possono costringere con la forza a versare un risarcimento o una somma per il crimine commesso, né possono punirne l'autore. Se qualcuno si è impadronito della proprietà di qualcun altro e ne è tuttora in possesso, i veri proprietari possono ottenere la restituzione, ma se il bene non è più in possesso di costui, i proprietari non possono costringere con la forza [chi era entrato in possesso del bene] a versare un risarcimento. Se qualcuno durante il periodo trascorso al potere ha accumulato debiti o ha stretto accordi come quelli che consistono nel comprare o nel vendere sulla fiducia [di entrambe le parti coinvolte] e deve ancora ripianare il proprio debito [verso una delle parti], il debito può essere ripianato. Se qualcuno apre un'azione giudiziaria su una materia personale come questa, l'individuo interessato dovrà presentarsi in tribunale. Certamente, se si sono verificati dei furti, se un gruppo tribale ne ha aggredito un altro, se sono stati attaccati un paese, una abitazione, un negozio, un veicolo o qualsiasi altra cosa, se è stato commesso un delitto o se qualcuno si è impadronito senza titolo di beni altrui, in tutti questi casi può essere celebrato un processo e può essere previsto un risarcimento. [7]
[...]

Capitolo 2 - I prigionieri

9. Quando viene catturato un nemico, non importa se originario del posto o straniero, lo si condurrà immediatamente al responsabile della provincia. Dopo la consegna sarà il responsabile della provincia decidere di trattenerlo [prigioniero] affidandolo ai mujaheddin in questione [quelli che hanno effettuato la cattura] o affidandolo ad altri.
10. Se vengono presi prigionieri un soldato del luogo, un poliziotto, un ufficiale o un'altra persona coinvolta che risulta affiliata all'amministrazione schiavizzante, spetta al governatore decidere se rilasciarla nel contesto di uno scambio di prigionieri, se rilasciarla come gesto di buona volontà o, ancora, in cambio di consistenti garanzie. E' proibito accettare denaro per il rilascio di prigionieri. Soltanto l'Imam, il Najib Imam e il giudice preposto alla provincia hanno il potere di giustiziare o punire. Nessun altro è investito di questo potere. Se in una determinata provincia non è stato ancora designato un giudice, tocca al responsabile della provincia decidere il destino [di un prigioniero] in entrambi i casi.
11. Se viene preso prigioniero un contractor incaricato di trasportare e di fornire carburante, equipaggiamenti o altri materiali destinati agli infedeli e al loro governo schiavo o a quanti costruiscono basi militari per loro conto, ai mercenari di qualsiasi grado, agli interpreti che lavorano per gli infedeli e agli autisti coinvolti nell'[affare dell'] approvvigionamento e un giudice prova che la persona catturata è coinvolta in attività dello stesso genere, dovrà essere punita con la morte. Se ancora non è stato designato un giudice per la provincia interessata dal fatto, tocca al responsabile per la provincia decidere il destino [della persona] per quanto riguarda la questione delle prove e l'esecuzione.
[...]

Capitolo 3 - Le spie

17. Se vengono reperite prove dell'attività spionistica di qualcuno, il colpevole verrà considerato responsabile di devastazione sociale. Il giudice provinciale e il giudice distrettuale, ed in loro assenza la persona responsabile per la provincia, hanno l'autorità di infliggere una pena ta'zir. L'Imam, il Najib Imam, il giudice provinciale e, laddove non ci sia un giudice, il governatore, hanno il potere di giustiziare la spia tratta in arresto. Nessun altro ha il potere di ordinare l'esecuzione.
18. Nel caso una persona venga considerata responsabile di devastazione sociale, è obbligatorio provare l'accusa secondo i quattro punti che seguono.
Primo. La persona confessa volontariamente di essere una spia, senza che sia stata esercitata alcuna pressione nei suoi confronti.
Secondo. Due testimoni confermano l'atto spionistico in modo che la loro testimonianza sia valida per un giudice.
Terzo. Esistono prove circostanziate (documenti) suscettibili di generare forte sospetto, ad esempio strumenti (equipaggiamenti) usati dalle spie per fini spionistici, o altre prove simili.
Non tutti possono ratificare come tali delle prove circostanziate. Nel caso esista un tribunale tocca al giudice, ed in caso contrario ad un esperto -una persona competente e pia- prendere in considerazione gli aspetti pro e contro l'accusa presentati da ogni prova circostanziata. Se le prove [appaiono] deboli, la pena ta'zir dovrà essere mitigata; se le prove [appaiono] forti, la pena dovrà essere inasprita. Se si trovano prove sufficientemente forti a nutrire una ferma convinzione [un'attendibilità irremovibile] e l'Imam, il Bajib Iman ed il giudice hanno stabilito che la pena appropriata è rappresentata dalla morte, è possibile applicare la pena di morte.
Quarto. Può coprire il ruolo di testimone qualcuno che goda fama di persona giusta [equilibrata], priva di fanatismo [pregiudizi], che si tiene lontano dal Kabair [peccato grave] e che non indugia [quando ne commette] nel Saghair [peccato meno grave].
19. Una confessione ottenuta tramite [mezzi come] la coercizione, ovvero con percosse, minacce e sofferenza [tortura] non è valida e non può essere utilizzata per provare un crimine. La persona incaricata di raccogliere la confessione deve essere religiosa e brillante [solerte] per evitare che si faccia ricorso alla coercizione (forza) nella raccolta della confessione, perché [secondo] la Sharia una confessione ottenuta con questi metodi non è affidabile e non è valida. Nel corso della confessione i mujaheddin non dovrebbero avanzare ad un prigioniero promesse che non hanno intenzione di mantenere.
[...]
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